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Questo primo maggio come un primo aprile


 

Oggi non ho niente da dire.

Non so quanto credo, a cosa credo, a parte all’effimero, all’essere, allo desiderare, allo scavarsi una trincea con le proprie mani per ripararsi.

Con unghie spezzate senza french, giacchetta lisa senza il trench, né polacchine ai piedi curati.

Credo nell’uomo e disconosco il resto, niente anarchia per me, sono metodica nella mia indolenza.

Credo nel sogno, grande, infocato di utopie vane, ma disconosco l’ingenuità e ogni forma di fanatismo.

Chi mi comanda è il buon senso, sopra l’orgoglio, sopra il bisogno, credo nel buon senso come al miglior generale.

Il soldo è simbolo di ciò che può comprare, ma sembra d’averlo scordato, perché è diventato prodotto, qualcosa da possedere, da ammirare, eppure ha un odore immondo.

Io posso dirlo e disprezzare, sì, perché non ne abbondo e perciò non ho la favella troppo facile.

Il soldo è ciò che mi fa girare le palle sempre, ogni volta che ne sento parlare: è ciò che viene chiesto sempre e non lo so trovare, è ciò che fa scuoter le teste sopra le bollette, ciò che impedisce l’acquisto di necessari beni, perché carente, ciò di cui si parla sempre, fino a sembrar la burla di Orson Wells una realtà imminente.

Non ho da dire in questo giorno, perché potrei fare eresie, sentendomi troppo presa per il culo, troppo offesa per dare credito a qualsiasi fazione, a qualsiasi slogan che sia.

Io parto dall’uomo per capire, dalla singola storia per unire, ho necessità di raccogliere goccia a goccia questo mare per riuscire a sentirlo, ad accettarlo senza sentirmi annegare.

E quanto è immenso questo mare in cui ci separano in scaglioni, in professioni, in coglioni, per poterci meglio governare, per prenderci e aizzarci gli uni contro glia altri così da pensare che se mancano i soldi è per causa del dipendente pubblico che non opera, che è in esubero, mentre il dipendente crede che sia il piccolo privato a imbrogliare, che di certo evade, che ha le tasche piene sotto sotto e intanto ridono di noi, alle nostre spalle, alle nostre facce corrucciate e nella disperazione isterica che ci pervade, perdiamo ogni senso e direzione, mentre gli ingranaggi cigolano e nessuno interviene.

Non so che dire in questo giorno, sento puzza di bruciato e vedo il fumo avvicinarsi… vedremo, faremo, piangeremo la nostra stolta mancanza di giudizio.

Questo è il primo maggio in cui i sindacalisti ci indicano la via, in fazioni ben distinte. Era il primo aprile in cui Orson Wells metteva in allarme la popolazioni contro l’invasione degli alieni. Io trovo un’assonanza, un’attinenza e non penso sia da spiegare.

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2 commenti su “Questo primo maggio come un primo aprile

  1. Se il vento non cambia l’odore di ciò che brucia intorno a noi ci soffocherà..
    e chi cambierà ciò che è intercambiabile?

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